White Room

Un’ora di attesa in una sala d’aspetto il 31 luglio può essere un buon motivo per cadere nel baratro della noia senza sapere cosa fare, cosa pensare per ammazzare il tempo prima che sia lui ad uccidere te (cit. multipla) .
Ma invece no, cioè, si ma no, per dire che non permetterò allo spleen di avere il sopravvento; nemmeno quando scopro che avevo l’appuntamento alle quattromenounquarto e avevo capito quattroeunquarto e mi sono presentata anche alle quattro rispettando il mio noto anticipo perenne e la mia puntualità svizzera.

Intanto sono qui, intendo ADESSO, e penso alle mille robe da scrivere.
Hic et nunc. scrivo una delle mille cose da scrivere, almeno ottimizzo.

Stamattina ero una persona libera da sale d’attesa, mi sono fermata in un negozio che si chiama White Room, in centro a Bolo.

Mi ci ritrovo nelle line di abbigliamento minimal e super lineari. Dentro c’era una ragazza, Martina, che confezionava dei neklaces utilizzando dei legnetti levigati.
Anche questo fa parte della capacità di creare a partire da materiali poveri e di recupero riutilizzandoli.
Mi capita spesso di guardare qualcosa che il mondo non vuole e pensare a una destinazione alternativa. Anzi proprio nuova.
È certamente un ambito in cui tanti si cimentano, nel mio piccolo, di persona con una manualità poco sviluppata, mi limito a dare tutto il mio support a chi lo fa.

@white room – via oberdan 4b (bo)

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Attese

Quando aspetto mi salva la mia grafomania e infatti proprio quando aspetto scrivo delle cose, più o meno intelligenti, dipende dal caso.
E infatti ieri (e anche l’altro giorno) in quella sala d’attesa, non-luogo, citando Marc Augè per fare l’intellettuale, ho proprio pensato che le attese nelle giornate sono come gli avverbi pomposi nei discorsi:  li riempiono di niente. Come quei gelati pieni d’aria che quando si squagliano c’è tipo una mezza goccia di panna e basta.
Se non esistessero i momenti passati ad aspettare ci sarebbero la metà dei fumatori e se tagli dalla vita media di un uomo medio la media del tempo passato “in attesa”, secondo me la durata della vita sarebbe mediamente un  po’ più breve.
Fontana ha anche dedicato una serie di quadri alle attese. Ci sarà un motivo.
Per non parlare di Waiting for Godot e di tutte quelle canzoni che non mi vengono in mente.
Ecco perché mi salva essere una grafomane da quando ho imparato a scrivere, perché prima disegnavo solo dei gran animaletti strani.
Questo preambolo non centra niente, anzi si, boh, non lo so, comunque, visto che sono sempre alla ricerca di cose inutili penso a cosa mi fa venire in mente il concetto di attesa e ovviamente penso all’orologio, che è un accessorio che mi è sempre piaciuto (vedi post relativo) e mi piacevano un tot quegli Swatch anni novanta con il quadrante tondo del diametro di 10-15 cm, ma anche questo non centra niente. Più kitsch è meglio è.
Penso piuttosto all’orologio da muro, quindi una cosa più design oriented; quindi ecco qui alcuni orologi da muro che ho visto in giro e che mi piacerebbero se avessi una sala d’attesa.

Tipo è l’ora dei baffi, che lo so che hanno un po’ reso, ma questo con lo sfondo così a metà tra il cottage e la casa inglese ha una sua ragion d’essere e poi le righe snelliscono. Così come quello essential e minimal di legno. No?!

Questo con la luna fosforescente è stato sempre il mio sogno:

Tea time clock:

A me piace, volendo anche la versione più flat. Ce li hanno vicino casa.. non escludo l’acquisto…

Il gran finale DIY con pezzi di riciclo.
Top, esattamente come lo vorrei (Idea di Alex Rietveld, chissà se è parente di “quel” Rietveld aka Gerrit Thomas..)

Lo so che mi sarei potuta impegnare di più nella ricerca delle foto ma ho sonno e sono stanca quindi va bene così.
Bonne nuit